Rudolf Steiner e l’Agricoltura Biodinamica  
 

L’agricoltura biodinamica nasce nel 1924 e si basa sulle teorie di Rudolf Steiner, fondatore dell’antroposofia.
Critico sulla moderna cultura scientifica, che dal secolo XVI in poi, privilegiando una conoscenza della realtà astrattamente materiale aveva perso di vista la conoscenza integrale, fatta anche da una conoscenza spirituale.
“Dall’antico passato ad oggi l’uomo ha guadagnato via via una chiarezza sempre maggiore dei suoi sensi fisici e della sua conoscenza scientifica, chiudendosi sempre più all’altra conoscenza, fino a dimenticarla del tutto, e a negarla rabbiosamente, una volta perduta….E, strano a dirsi, con questa perdita, l’uomo è divenuto temporaneamente anche maldestro nell’adempimento dei suoi compiti sociali (Steiner, 1932)[1].
La scienza ufficiale rinunciando a questa “conoscenza integrale della realtà” ha perso per Steiner la capacità di proporre soluzioni idonee rispetto ai problemi che l’uomo si trova ad affrontare. Qualsiasi attività umana deve tendere ad uno sviluppo armonico che sia in grado di sviluppare l’elemento spirituale. Questo è possibile solo attraverso una indagine spirituale.
Nell’introduzione alle conferenze sull’agricoltura tenute a Dornach il 20 giugno 1924 Steiner afferma:
“…si osserva proprio che ora sta degenerando non soltanto lo sviluppo morale dell’umanità, ma anche l’operato dell’uomo nei riguardi della Terra e di tutto quanto vive su di essa; tutto ha preso un carattere di rapida degenerazione…proprio l’agricoltura quella che, sotto l’influsso della concezione materialistica, si è allontanata dai principi razionali. Pochissimi sanno che nel corso degli ultimi decenni si è verificato in agricoltura il fatto che tutti i prodotti di cui ci nutriamo stanno degenerando, e lo fanno con un ritmo estremamente veloce” (Steiner, 1979)[2].
Steiner parte dalla concezione che tutto quanto esiste sulla terra è interconnesso con quanto avviene nell’intero cosmo e quindi se non si conoscono e non si tiene conto di queste interrelazioni è impossibile intervenire in maniera armonica ed efficace sulla realtà.
In agricoltura quindi per Steiner non si può agire solo in funzione delle leggi biologiche, ma bisogna andare oltre, considerando le forze, gli impulsi ed i principi organizzatori che agiscono nelle sostanze e tra le sostanze .
La trattazione di Steiner ha uno scopo preciso, in polemica con quanto la scienza agronomica si proponeva come indagine di studio, diceva:
“Oggi si indaga per trovare che cosa possa dimostrarsi produttivo per l’agricoltore, il che significa in ultima analisi cercare dei metodi per rendere quantitativamente abbondante e redditizia la produzione nella massima misura possibile. Di molto altro non ci si occupa …. L’agricoltore sbarra gli occhi dalla meraviglia quando con qualche accorgimento raggiunge un momentaneo grande successo, se vede delle enormi patate, dei prodotti voluminosi, direi gonfi. Però egli non indaga “oltre”, pensa non sia importante.
Invece è importante che i prodotti raggiungono l’uomo per aiutarlo il più possibile nella sua esistenza. Si può coltivare frutta dall’aspetto bellissimo, sia nei campi sia nel frutteto, ma l’uomo ne avrà soltanto un mero riempimento dello stomaco, non avrà frutta che favorisca la sua esistenza interiore. Purtroppo oggi la scienza non è capace di giungere fino al punto di dare all’uomo il miglior genere di nutrimento per il suo organismo, perché essa non trova affatto la via che può condurre a questa meta” (Steiner, 1979)[3].
Per raggiungere questo scopo Steiner sviluppa il suo pensiero nel ciclo di otto conferenze pubblicate nel libro “Impulsi scientifici –Spirituali per il progresso dell’agricoltura”.
Per Steiner innanzitutto l’azienda và considerata come un’entità “conchiusa” concepita cioè come una specie di individualità a se stante inoltre è importante che l’azienda ospiti al suo interno le stesse diversificazioni che si riscontrano nell’ambiente naturale:
“Si ottiene veramente molto per l’agricoltura ripartendo in modo giusto bosco, piantagioni frutticole, arbusti e stagni con la loro naturale ricchezza di funghi, anche se si debba per questo ridurre un poco l’area complessiva del terreno messo a coltura. In ogni caso non è affatto economico sfruttare il terreno al punto che scompaia tutto quanto ho nominato, con il pretesto puramente speculativo di una maggiore superficie coltivabile. Quel che vi si può coltivare in più è dannoso in misura molto maggiore di quello che può dare la superficie tolta alle altre attività. In un esercizio tanto legato alla natura come una fattoria non è possibile trovarsi bene senza vedere nella giusta prospettiva i nessi che mette in opera la natura stessa e le azioni reciproche in seno all’economia naturale” (Steiner, 1979)[4].
Altro elemento è dato dall’importanza della concimazione che per Steiner ha lo scopo non tanto di fornire elementi nutritivi ma quello soprattutto di conferire al terreno un certo grado di vitalità e questo non è possibile farlo attraverso la concimazione minerale.
”lo si può fare solo usando sostanza organica e portandola in una condizione tale da farla agire organizzando e vivificando l’elemento solido della terra”[5].
Ne deriva l’importanza che in una azienda ha il patrimonio zootecnico che se giustamente calcolato è in grado di produrre la giusta quantità di letame.